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Piangere fa bene per dare sfogo a un sentimento forte, comunicare le emozioni e rendere possibile la partecipazione emotiva.

Piangere fa bene per dare sfogo a un sentimento forte, comunicare le emozioni e rendere possibile la partecipazione emotiva.

II pianto è una caratteristica della razza umana. Altre specie animali hanno una forma di secrezione che assomiglia alle lacrime, ma non è pianto. Di norma è associato al dolore, alla tristezza. Ma si piange anche di gioia, qualche volta si piange senza motivo. Le donne di solito piangono più degli uomini. Qualcuno sostiene che sono più fragili emotivamente, ma forse è semplicemente perché la società permette che le donne piangano, senza giudicarle negativamente. Gli uomini, invece, vengono abituati fin da piccoli a fare a meno della liberazione delle lacrime. Quando il bambino piange la mamma gli raccomanda di fare l'ometto. Il bimbo stringe i denti e reprime la sua voglia di esplodere in pianto. Se non ci fosse questa repressione, molti uomini piangerebbero quanto le donne, come succede in culture diverse dalla nostra in cui non esistono questi condizionamenti.

Il pianto in effetti è uno sfogo naturale e positivo. Uno stato di tensione trattenuto, un dolore troppo forte non trovano sollievo fino al momento in cui non si sciolgono in lacrime.
Piangere fa bene. Anni fa venne pubblicato in America un curioso studio da cui risultava che le donne vivono di più perché piangono di più. L'indagine non ha avuto seguito: resta comunque il fatto che poter dare sfogo a un sentimento forte libera nervi e sistema cardio-circolatorio da uno stato di stress. Il pianto inoltre ha un'altra funzione importante, diretta verso l'esterno: comunica le emozioni, rende possibile la partecipazione emotiva. Vedere una persona piangere non lascia nessuno indifferente. Immediatamente scattano in chi assiste al pianto di qualcuno meccanismi di simpatia, partecipazione, consolazione. Oppure reazioni di fastidio o di irritazione. Molte donne piangono per risolvere una difficoltà, nel rapporto con un uomo. Anche se il sistema ha funzionato più volte, non è detto che funzioni all'infinito. Non bisogna infatti abusare di questa forma espressiva, usandola a scopo di ricatto. Deve rimanere spontanea e naturale. Altrimenti la comunicazione è alterata. Piangere a comando va benissimo per un'attrice, molto meno nella vita di tutti i giorni.

Ma ci sono anche persone con un'emotività cosi fragile da non riuscire a controllare il pianto nelle situazioni più imbarazzanti. Rispondere con le lacrime a un rimprovero sul lavoro sembra inammissibile. È interpretato come segno di scarsa professionalità. Eppure come controllare il "pianto in tasca"? Esistono esercizi di rilassamento dello yoga che insegnano a tenere a bada stati emotivi esagerati. Ma è soprattutto la propria sicurezza interiore che bisogna rafforzare. Un discorso a parte merita il pianto dei bambini piccolissimi. Per il neonato piangere è l'unica forma di richiesta e di protesta. Non parla ancora, non sa usare il corpo al massimo dell'espressività. Se si trova in difficoltà, se ha fame, se ha sete, se ha mal di pancia, se gli da fastidio il pannolino bagnato, ha solo un modo per dirlo: piangere. La mamma accorre e cerca di capire. Se il bambino ha mangiato da poco, se è asciutto, se niente lo punge o lo stringe, se non ha la febbre, se il pediatra l'ha controllato e ha escluso otiti o altre malattie, non resta che rassegnarsi: il bambino vuole compagnia. Rassicurarlo e coccolarlo è l'unica cosa da fare. E il pianto si trasformerà in sorriso.





   

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