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In che modo e in che misura determinate attività professionali (parrucchieri, dentisti, commesse) possono essere causa di varici?

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In che modo e in che misura determinate attività professionali (parrucchieri, dentisti, commesse) possono essere causa di varici?

Se ci si volesse divertire con le statistiche, si noterebbe che tra i pazienti che interpellano un centro di flebologia la percentuale maggiore è rappresentata da parrucchieri, dentisti, commesse. È forse un caso? No, di certo. Le tre attività hanno un denominatore comune: stare a lungo in piedi e, ciò che è peggio, muoversi in uno spazio quanto mai esiguo. Cosa negativa per il circolo venoso. Lo stesso vale per le altre categorie di lavoratori: operai addetti alle catene di montaggio, baristi, camerieri. Non è più fortunato chi deve stare seduto per ore, in una posizione non sempre comoda, su sedie che raramente posseggono i migliori requisiti fisiologici.

E la lista potrebbe allungarsi sino alla noia. Ma il progresso sociale ha fatto dell'uomo un essere costretto all'immobilità: c'è sempre più gente che in città passa il suo tempo dietro a una scrivania, dietro a un tavolo da lavoro o al volante della propria automobile prima di sedersi al desco familiare o al ristorante per mettersi poi di nuovo in una poltrona davanti al televisore o andare (ancora in macchina) al cinema o a teatro dove un'altra sedia li attende.

Negativi per la circolazione del sangue sono anche quei mestieri che obbligano a mantenere per parecchio tempo posizioni da equilibristi o costringono a lavorare carponi: ricordiamo a questo proposito gli elettricisti e i meccanici d'auto. Non è raro infatti sentire dalla bocca di uno di questi pazienti espressioni come questa: «Ho le varici. Molti miei colleghi soffrono di disturbi del genere, per cui è la nostra attività che è responsabile di questa malattia».

Chi non conosce a fondo questi problemi sarebbe portato a dar ragione a questo paziente. Ma lo specialista sa che il ragionamento pecca di superficialità. Innanzi tutto ci sarebbe da chiedersi come mai di tutto il gran numero di persone che svolgono la stessa attività, solo una modestissima parte è colpita dalla malattia. Certo, vi sono molti parrucchieri che soffrono di varici, ma non tutti. La spiegazione dev'essere dunque un'altra.

In effetti, la prolungata stazione eretta o lo stare molto seduti non sono la causa prima delle varici, ma evidenziano una situazione preesistente, sino a quel momento sconosciuta. In altre parole, il lavorare in determinate condizioni sfavorevoli fornisce a una malattia preesistente l'occasione di passare dallo stato latente allo stato conclamato, favorendo e aggravando l'evoluzione dell'affezione e moltiplicando le aggressioni della vita quotidiana. Ma queste non possono assolutamente creare l'affezione. Non c'è persona che possa affermare: «Ho le varici perché sono parrucchiere, barista o meccanico».

Immaginiamo due gemelli affetti da varici di cui uno sia parrucchiere e l'altro insegnante dì educazione fisica. Avrete sentito dire chissà quante volte che i gemelli, possedendo lo stesso patrimonio genetico presentano sovente nel corso della vita le medesime malattie organiche. Dopo diversi anni di attività professionale può darsi che il parrucchiere presenti un quadro varicoso più grave del fratello gemello, ma entrambi soffriranno di quest'affezione, perché il fattore predominante, nel caso in questione, è costituito dalla predisposizione.

«Le varici non vengono a chiunque» ha scritto un insigne flebologo francese. Ed è vero. Se non siete predisposti alla malattia potrete condurre dalla mattina alla sera tutti gli autobus di questo mondo che non soffrirete mai di varici, mentre se avete una particolare tendenza vi ci vorranno molte precauzioni per impedire al male di fare la sua strada.

È per questa ragione che anche in caso di mancanza di cause che favoriscono la comparsa e l'aggravamento dei disturbi venosi, le persone puntano il dito d'accusa su quello che sembra loro il motivo più evidente, il mestiere, qualunque esso sia: non è forse questo mestiere che affatica, non è rientrando la sera dal lavoro che si hanno le gambe pesanti e doloranti? La natura umana è fatta in modo tale che non accetta l'ingiustizia senza cercare di individuare le responsabilità in qualcosa o in qualcuno. Molti malati si sbagliano circa l'origine delle varici perché pensano che l'esordio della malattia coincida col momento in cui hanno avvertito i primi sintomi (vene sinuose evidenti, varicosità, macchie brunastre a livello del terzo inferiore delle gambe, ulcere o semplicemente pesantezza e edemi); ciò significa dimenticare che una lesione non si riesce sempre a svelarla, almeno all'inizio, per cui capita che le prime manifestazioni oggettive o soggettive della malattia compaiano magari dopo anni.

È esattamente il caso delle varici la cui evoluzione, in generale lenta, può essere aggravata da complicazioni provocate talvolta dalla vita stessa condotta dal paziente, ma anche da una misconoscenza dei meccanismi suscettibili di accelerare il processo evolutivo. Una parrucchiera, predisposta, ad esempio a questa affezione, nei primi mesi di attività non lamenta alcun disturbo. Nella maggior parte dei casi i primi sintomi della malattia si fanno sentire dopo due. tre, dieci anni e a volte anche più.

Ciò non toglie però che sotto il profilo medico questo soggetto avrebbe potuto essere considerato un prevaricoso nel caso, poco probabile, che in questo periodo avesse consultato un medico. È un concetto su cui occorre insistere, questo della predisposizione familiare. I francesi, che hanno il gusto della battuta, dicono che se ci sono tanti varicosi in giro, la colpa è di Napoleone. In effetti, e proprio durante il Primo Impero che fu presa la decisione di esonerare dal servizio militare i soggetti affetti da varici. Riusciti a salvarsi dai campi di battaglia, costoro avevano ben maggiori possibilità dei combattenti di non morire prematuramente e, di conseguenza, di riprodursi. E così sono stati messi al mondo varicosi potenziali che, diventati adulti, hanno trasmesso a loro volta questa imperfezione.

Per tornare ai problemi posti dalla vita professionale, tutto ciò che si può dire e che determinate attività contribuiscono in larga misura a esteriorizzare il male. Questo e indiscutibile: ma quali conclusioni pratiche si possono trarre?

Per la maggior parte delle persone è più difficile cambiare lavoro che clima. In quest'ultimo caso gli ostacoli possono essere essenzialmente d'ordine affettivo, psicologico (e questo a volte basta per renderli insormontabili), ma nel primo caso le difficoltà sono ben più concrete: la nostra società e strutturata in maniera piuttosto rigida e perciò è piuttosto difficile per un individuo poter passare da un tipo di attività a un altro. Troppi fattori si oppongono a una possibilità del genere: specializzazione professionale, limitata offerta di posti di lavoro, difficoltà di apprendere un nuovo mestiere quando si è raggiunta una certa età, ecc.

Inoltre, anche per coloro che avrebbero una certa libertà di scelta, non e detto che riescano a trovare un lavoro che sia meno pregiudizievole per la circolazione sanguigna di quello che hanno svolto sino a quel momento. In effetti, i lavori che possono incidere negativamente sul circolo venoso sono certo più di quelli innocui. Inoltre, questi ultimi si fanno sempre più rari per il diffondersi dell'automatizzazione che rende sempre più sedentaria l'attività dell'uomo. Non tutti possono essere insegnanti di educazione fisica.

Comunque, a chi deve scegliere un mestiere, un consiglio lo si può dare: guardate le gambe di vostra madre, di vostro padre, quelle dei nonni e dei vostri fratelli maggiori. Se soffrono di varici, se si lamentano in continuazione delle loro gambe, allora siate prudenti prima di orientarvi verso un lavoro che rischia di aggravare in poco tempo la malattia che con molta probabilità preesiste in voi; oppure fatevi curare per tempo.

Quanto abbiamo detto non può essere inteso in senso assoluto, ma in linea generale la realtà è questa. Ricordate sempre il famoso detto popolare: «Se vuoi sapere come sarà tua moglie a cinquant'anni, guarda sua madre». L'altro consiglio e di consultare un medico se soffrite o sospettate di soffrire di disturbi venosi. Infine, se malgrado quanto è stato detto, vi ostinate a non curarvi, accettate almeno, per limitare i danni, di portare durante le ore di lavoro bende o calze elastiche che potranno facilitare il ritorno del sangue.

È veramente il minimo che possiate fare se soffrite di varici. Non facendo nulla, non occorrerà aspettare molto perché compaiano le prime complicazioni: una di queste, l'ulcera, ad es., è la tipica espressione di un'insufficienza venosa trascurata per anni durante i quali i tessuti mal nutriti hanno invano richiamato con il dolore (vero campanello d'allarme) l'attenzione del paziente. Occorrerebbe che questo dolore fosse preso sul serio, al suo primo insorgere, come accade per il dolore precordiale che spinge i pazienti a correre immediatamente e con ragione dal medico.

Invece, quando si soffre alle gambe, spesso si aspettano anni prima di recarsi da uno specialista. A questi consigli vorremmo aggiungerne un altro. Si sa bene che la maggior parte degli individui si orienta verso un determinato lavoro quasi sempre senza cognizione di causa: ci sono i varicosi che ignorano di esserlo perché non soffrono o non soffrono ancora; ci sono poi quelli che credono semplicisticamente che tutto si risolverà. E, infine, quelli che non valutano a sufficienza, prima di fare le loro scelte, sino a che punto un certo tipo di attività può contribuire ad aggravare i loro disturbi.

L'orientamento professionale non dovrebbe essere in grado di illuminarli a questo proposito? Per non fare che un esempio, a nostro avviso sarebbe veramente riprovevole non cercare di dissuadere una giovane affetta da varici a occuparsi come commessa in negozio di abbigliamento in cui il personale è costretto a stare sempre in piedi senza possibilità di riposarsi. Si tratta effettivamente di un caso limite, il solo forse per il quale il medico potrà permettersi di insistere con la sua paziente perché cerchi un altro posto meno dannoso per la salute.

È un dovere morale risparmiare ai soggetti predisposti un'esperienza che può togliere il piacere di vivere e che in seguito non mancherà di avere conseguenze disastrose. Bisognerebbe organizzare la selezione del personale in maniera più sistematica e mettere al corrente gli interessati su ciò che il loro stato comporta. Il vecchio monito: «L'uomo adatto al posto adatto» va applicato con scrupolosa attenzione perché non si verifichi la tragica assurdità che un uomo, per guadagnarsi il pane, debba rovinarsi la salute perché costretto a un'attività decisamente incompatibile con il suo stato di salute.





   

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