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L'alimentazione poco variata dei popoli primitivi mette in luce i pericoli dell'alimentazione occidentale troppo ricca e varia.

L'alimentazione poco variata dei popoli primitivi mette in luce i pericoli dell'alimentazione occidentale troppo ricca e varia.

L'alimentazione poco variata dei popoli primitivi mette in luce i pericoli dell'alimentazione occidentale troppo ricca e varia. Chiunque cerchi di evidenziare i vantaggi e gli svantaggi dell'alimentazione occidentale resterà sorpreso nel constatare che il cibo occidentale è perfetto e nello stesso tempo è nocivo: ma ambedue i concetti sono veri.
La società industrializzata offre una maggiore varietà di cibi, più igiene e grande facilità di approvvigionamento; ma tutta questa varietà pone un problema difficilmente risolvibile: il problema della scelta. La capacità di scegliere il cibo nutrizionalmente giusto non è innata, occorre bensì apprenderla; sono poche le persone in grado di fare una giusta scelta tra la vasta gamma di cibi disponibili.
Il problema può essere visto nella sua giusta prospettiva esaminando i diversi tipi di alimentazione di alcune società non industrializzate. Nella maggioranza di queste società è impossibile effettuare una scelta; la gente mangia ciò che ha a disposizione. Prescindendo dai periodi di carestia dovuti ad eventi naturali, in tempi normali questi tipi di alimentazione sono solitamente più appropriati alle esigenze dell'organismo di quanto non sia la nostra alimentazione; questo fatto poi è particolarmente vero se si considera l'alimentazione degli uomini più primitivi. Esistono ancora oggi alcune comunità isolate di cacciatori-raccoglitori il cui cibo è probabilmente simile a quello imposto dalle circostanze a primi uomini; un esempio calzante di questo ci è offerto dai boscimani del deserto del Kalahari nell'Africa sudoccidentale. In queste zone aride, mentre l'acqua costituisce sempre un grosso problema, il cibo è facilmente reperibile: le donne raccolgono tuberi, radici, bacche, noci, insetti e lombrichi, mentre gli uomini, quasi ogni giorno, si dedicano alla caccia con archi e frecce avvelenate. Poiché probabilmente il veleno impiega parecchio tempo ad agire, buona parte del tempo di caccia è dedicata all'inseguimento della preda colpita, fino a quando essa soccombe.

Altri cacciatori-raccoglitori, come i pochi hadza della Tanzania settentrionale, ancora seguaci di sistemi tradizionali, per il loro sostentamento quotidiano, contano assai più su cibi vegetali che non sulla carne. Infatti gli uomini hadza dedicano meno tempo alla caccia che al gioco d'azzardo. Tuttavia il fatto di 'giocare' può ben essere un'esigenza sociale in quanto costituisce un modo di ridistribuire in tutta la comunità le loro scarse risorse costituite dalle punte di freccia, dal veleno, dalle pipe di pietra e da pezzi di metallo. Le donne si dedicano alla raccolta dei cibi vegetali, che sono molto abbondanti.
Altri gruppi preferiscono una vita meno nomade e ricavano gli alimenti dalla coltivazione regolare di quelle specie vegetali che crescono facilmente nella loro zona. Nelle foreste tropicali gli uomini di molte tribù coltivano alberi da frutta e curano il raccolto di patate dolci e cassava. Terreni più aperti, con climi meno umidi, sono idonei alla coltivazione di cereali. La coltivazione di radici e frutti tropicali non è limitata a una breve stagione, ma può essere protratta durante tutto l'anno, assicurando un raccolto costante. Alcune comunità pertanto si trovano ad avere da un lato un rifornimento più sicuro di cibo cui si accompagna però una più scarsa varietà. Tuberi e radici hanno un elevato contenuto di carboidrati, ma sono poveri di altri elementi nutritivi. Per contro i cereali sono superiori da un punto di vista alimentare, ma sono più suscettibili alle variazioni climatiche e vanno quindi maggiormente soggetti a carenze stagionali.

Un altro tipo di coltivazione è quello della rotazione secondo il quale si alternano colture differenti sullo stesso terreno per sfruttarlo appieno; tuttavia, non incontrando il favore dei governi centralizzati delle nazioni, questo metodo tende rapidamente a scomparire. Altre popolazioni, come i nuer del Sudan, hanno adottato un sistema basato sull'allevamento anziché sull'agricoltura: l'economia e la cultura dei nuer si fondano prevalentemente sul bestiame dal quale possono ottenere latte, carne e diversi altri beni domestici, anzi traggono perfino il loro nome dal bestiame. Ma le zone secche della savana non producono una vegetazione ricca per cui la dieta a base di carne deve essere integrata con cereali (generalmente miglio), pesce e frutta.
Ben pochi occidentali vorrebbero attenersi a una qualsiasi di queste diete. Accade infatti che una carestia stagionale, che a volte significa morir di fame, sia un fatto pressoché normale. Può darsi che la verdura fresca e la frutta siano disponibili solo per pochi mesi all'anno; la selvaggina è una fonte preziosa ma incostante di cibo, e poi ci sono le difficoltà di trasporto che sovente impediscono l'effettiva distribuzione dei viveri, come accade per il pesce che abbonda nelle comunità costiere e manca nelle zone interne. Ciononostante, considerate nei momenti ottimali, queste diete, che non di rado sono state per secoli alla base della civiltà, sono adeguate alle esigenze nutrizionali ed energetiche delle società ove si sono sviluppate. Se dovessero però cambiare le condizioni generali, i controlli naturali potrebbero scomparire e la dieta diverrebbe inadatta. Questo fatto si verifica abbastanza spesso, soprattutto in seguito all'introduzione dell'alcol e dello zucchero. Nel mondo industrializzato il problema si presenta in modo analogo seppure a lunga scadenza. Almeno per un terzo di tutti noi cioè per coloro che si trovano ad avere un eccesso di peso il regime alimentare è senz'altro non adeguato ai fabbisogni del fisico, per cui diventa sempre più evidente che in conseguenza delle nostre abitudini di vita, se vogliamo adattare le nostre condizioni di salute ai mutamenti ambientali indotti da noi stessi, dobbiamo imparare a fare una selezione accurata degli alimenti disponibili per reintegrare quei controlli che un tempo erano esercitati dalla natura.

Dall'alimentazione limitata della preistoria alla moderna cornucopia dei supermercati: l'uomo non ha mai cessato di ampliare la qualità e la varietà delle sue disponibilità alimentari. L'alimentazione del boscimano cacciatore-raccoglitore del Kalahari (a destra) che comprende noci, radici, miele, lucertole, impala e tartarughe è, con ogni probabilità, assai simile a quella dei progenitori nomadi dell'uomo. I primi coltivatori producevano un raccolto principale per esempio di miglio che copriva all'incirca 1'80 per cento della loro alimentazione (a destra) integrata da verdure, pollame e larve; la birra di miglio dava un apporto di sali minerali e vitamine. Nel medioevo gli abitanti delle città si cibavano di carni di vario tipo, pesci, frutta, formaggi e ortaggi (sotto). Erano soliti anche seccare e salare carne e pesce che venivano immagazzinati in barili per far fronte a periodi di carestia.





   

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