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Le crisi fanno parte dell'esistenza umana, ma se vengono superate correttamente si può uscirne più forti.

I momenti critici della vita

Le crisi fanno parte dell'esistenza umana, ma se vengono superate correttamente si può uscirne più forti.
Forse la crisi più traumatizzante nella vita di chicchessia è quella che tutti abbiamo superato, cioè la nascita stessa. Il neonato non è certo quel bambolotto di carne e ossa insensibile e senza spirito quale era considerato un tempo, ma un essere umano sensibile e in via di sviluppo. Può darsi che il fatto di emergere da un utero caldo, sicurissimo, perfettamente oscuro per trovarsi nell'abbaglio di luci della sala pano, forse per essere salutato con una sonora sculacciata, sia la scossa emotiva più violenta che la maggior parte degli individui subisce in tutto il corso della vita. Ma altre dure prove ci attendono.
L'adolescenza porta automaticamente con sé un certo numero di sfide che, considerate nel loro complesso, costituiscono una seconda importante crisi della vita. Gli adolescenti si sentono penosamente insicuri; presto saranno chiamati a essere adulti, a scegliere una professione e a diventare esperti in essa, a sposarsi e ad assumere responsabilità finanziarie, sessuali e sociali: ma per ora non sono ancora pienamente preparati a padroneggiarli.

Sono inoltre tormentati allo stesso tempo da problemi più immediati come gli esami a scuola e l'adattamento alla propria sessualità. Per fronteggiare questa combinazione di crisi hanno bisogno di essere guidati da adulti, generalmente dai propri genitori; ma poiché sono tanto vicini alla maturità, trovano che sia mortificante — a volte perfino inammissibile — accettare questa condizione, complicando in tal modo il problema. L'adolescenza è dunque una crisi della vita che la maggior parte delle persone riesce a superare confusamente con vari gradi di successo. Quella però che è apportatrice di alcune fra le crisi più aspre è la mezza età. Un uomo fra i venti e i trent'anni si afferma (è probabile che diventi genitore e abbia un posto di responsabilità), pur avendo ancora molto da imparare ed essendo sottoposto a una autorità. Fra i trenta e i quarantenni avrà conseguito una posizione superiore che potrà non essere più subordinata. Questi anni possono anche portar con sé le loro crisi (p. es. promozioni, o altro, sul lavoro); ma, sebbene possa spesso volgersi indietro, il soggetto ha ormai acquisito un senso sicuro di avanzamento. Poi, intorno ai quarant'anni, si accorge inevitabilmente che metà della sua vita è ormai trascorsa e diventa sempre più consapevole della generazione più giovane che preme e che sarà mai pieno della sua vitalità quando lui sarà morto. E spesso dovrà rassegnarsi alla certezza demoralizzante di non poter mai realizzare alcune delle sue ambizioni.

È indubbiamente una gran tentazione, per altro svantaggiosa, il fatto di continuare ad aggrapparsi a false speranze; ma se si riesce a staccarsi da quei sogni, nuove energie possono essere rivolte ad ambizioni più realistiche. Può darsi che oramai non sia più possibile diventare l'amministratore delegato della società, ma potrà invece essere facilmente attuabile l'impostazione di una piccola azienda agricola, o l'ottenimento del controllo di un'altra azienda sebbene su scala minore. Anche per le donne la mezza età porta una svolta critica. Quando i figli lasciano la casa per farsi la propria vita può darsi che la madre senta che gli scopi principali della sua vita se ne sono andati con loro. Inoltre, rendendosi ben conto che si sta approssimando la menopausa, potrà temere — sebbene erroneamente — di diventare sessualmente meno attraente o di aver oramai un interesse ridotto nel campo sessuale.

Oggigiorno questo non costituisce più un problema perché, con la terapia degli ormoni sostitutivi, possono essere alleviati molti sintomi della menopausa, quali l'irritabilità. le cefalee, la nausea, le vampe al viso eccetera. Però i problemi emotivi (come l'incapacità di accettare il fatto di non essere più fertile) devono essere affrontati onestamente. Donne con famiglie oramai cresciute dovrebbero rendersi conto di avere la possibilità di trovare nuovi interessi, forse anche di riprendere la carriera abbandonata. Per esempio, le donne indigene degli altopiani della Nuova Guinea sembrano comprendere questa necessità e vi pongono rimedio in modo più soddisfacente di quanto forse sappiano fare gli occidentali. Quando i figli lasciano la casa. una donna si avvia a compiere quello che è noto come 'il giro dell'adulterio', ovverosia sfrutta la possibilità concessale di godersela in giro prima di ritornare da suo marito per assumere la condizione di donna anziana.

Anche il collocamento a riposo, ovverosia il doversi ritirare da una occupazione redditizia, pone notevoli problemi nel mondo occidentale assai condizionato dal lavoro. Occorre adottare abitudini di vita nuove che implicano. solitamente, la perdita dei vecchi colle-shi di lavoro, una riduzione del reddito e, magali, anche un cambiamento di residenza. Sarebbe dunque cosa saggia che nella prima mezza eia sia uomini che donne incomincino a pensare a come intendono trascorrere i loro anni di anzianità e a prepararsi per quei tempi affinchè la transizione dall'impiego a tempo pieno al tempo libero possa avvenire con gradualità anziché risultare un processo repentino. Allora il collocamento a riposo non sarà più. come lo ha definito il romanziere V. S- Pritchett. «un assalto fatale all'ego». La mone di un marito o di una moglie è spesso apportatrice del trauma più atroce della vita. È doloroso per una persona giovane perdere uno dei genitori, ma con la vita che si snoda davanti, l'angoscia passa con il tempo: la perdita dello sposo o della sposa invece non solo elimina il compagno o la compagna di una vita e il suo sostegno, ma è un tremendo richiamo alla mortalità.

Vi sono molti che non sanno adattarsi a un tale trauma: la vita sembra insopportabile e spesso ne consegue una morte prematura. La fase acuta del dolore per la perdita di una persona amata profondamente si chiama 'afflizione', il periodo più lungo del riadattamento è il 'lutto'. Nulla si può opporre all'afflizione, ma il lutto può essere reso più sopportabile. Alcuni psicologi ritengono che lo stato di depressione e di autodisapprovazione che spesso si accompagnano ad esso derivi dal fatto di rivolgere su se stessi un inconscio risentimento nei confronti della persona deceduta. Gli aborigeni dell'Australia accorciavano tradizionalmente questa fase di crisi addirittura attaccando la salma a colpi dì lancia urlando: «Perché sei morto? Prendi questa per essere morto!». Sembra che in tal modo riuscissero a moderare il doloroso, ma pur necessario periodo di riadattamento; una impostazione, questa, in contrasto diretto con i vittoriani che usavano prolungare questo triste periodo e perfino compiacersene. L'angoscia può quasi sempre essere attenuata se i dolenti hanno amici e congiunti con i quali confidarsi e se per quanto difficile sia hanno la possibilità di intraprendere iniziative nuove e interessanti come un mutamento di residenza o una lunga vacanza. La crisi finale si presenta con la necessità di accettare l'imminenza della propria morte.

Alcuni hanno un tenace attaccamento alla vita e sopravvivono, spesso anche per diversi anni, a un colpo apoplettico e a rovesci fisici che avrebbero distrutto un altro; oppure possono rivelare un talento maturo fino a quel momento latente, come è capitato a Giuseppe Tornasi di Lampedusa, che, pur non avendo scritto alcunché di rilievo fino a tarda età, improvvisamente, venendo a sapere di essere colpito da un male incurabile, scrisse Gattopardo. Per la maggior parte delle persone tuttavia sembra che la crisi conclusiva della vita venga pietosamente alleviata da un senso di serenità, da una acccttazione, di fronte all'inevitabile. Fu papa Giovanni XXIII che disse: «II mìo bagaglio è fatto, sono pronto ad andarmene».





   

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