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La cataratta può venire innanzitutto differenziata in congenita ed acquisita.

La cataratta può venire innanzitutto differenziata in congenita ed acquisita

La cataratta comporta opacità evolutiva dell'occhio che può compromettere gravemente la funzione visiva soprattutto nell'età avanzata, caratterizzata dall'opacamento del cristallino, che perde la sua normale trasparenza in seguito a un processo degenerativo del suo tessuto. In genere è bilaterale. La cataratta può venire innanzitutto differenziata in congenita ed acquisita. Tale suddivisione, a parte l'epoca di insorgenza, alla nascita la prima, in varie epoche della vita la seconda, si giustifica anche per alcune caratteristiche cliniche nel senso che la cataratta congenita è, nella maggior parte dei casi, stazionaria e parziale, mentre la cataratta acquisita è solitamente progressiva e quindi totale o quasi totale. La cataratta congenita è spesso conseguenza di una infezione virale, come la rosolia, contratta dalla madre, nei primi tre mesi di gestazione. La cataratta acquisita insorge per lo più nell'età adulta e senile per cause chimiche (intossicazioni) o fisiche (irradiazioni) o consegue a malattie del metabolismo (diabete mellito) o infine per i normali processi di invecchiamento. Può essere suddivisa in cataratta lenticolare stazionaria e cataratta progressiva.

La prima si manifesta in età diverse, non ha tendenza evolutiva e non comporta un'apprezzabile riduzione dell'acuità visiva, in quanto determina in genere opacità parziali: tra le diverse varietà cliniche vanno segnalate la cataratta cerulea o puntata e la coronaria di Vogt, insorgente quest'ultima già verso la pubertà. La cataratta progressiva si manifesta più spesso verso i cinquant'anni, l'opacamento tende ad estendersi più o meno rapidamente a tutto il cristallino con inizio dagli strati corticali (cataratta corticale) oppure dal nucleo lenticolare (cataratta nucleare) o ancora contemporaneamente dalle due sedi . Nella cataratta corticale il processo d'intorbidimento della lente si inizia, di solito, negli strati corticali periferici; vengono così a determinarsi delle opacità a forma di cuneo che vanno con il tempo aumentando di numero e di dimensioni. La diagnosi di questo tipo di cataratta si può formulare sin dalle fasi più precoci e si basa non tanto sulle modificazioni di trasparenza della lente, bensì sulla presenza di alcuni tipici rilievi ben evidenziabili all'esame biomicroscopico (vacuoli sottocapsulari, dissociazione lamellare ecc.). Quando la cataratta è ormai in fase evolutiva la diagnosi diviene molto semplice, riuscendo agevole già all'esame diretto con illuminazione locale e meglio ancora con lo specchio piano e la lampada a fessura, grazie ai quali veniamo a conoscenza dell'esatta localizzazione e morfologia delle opacità. Per contro le opacità stesse che si sono formate danno al paziente particolari disturbi alla visione: mosche volanti, immagini doppie e multiple, cattiva visione alla luce debole, ipermetropia da aumento dell'indice di rifrazione.

Via via che il processo progredisce le opacità si approfondano e si estendono, la .camera anteriore tende a ridursi per l'imbibizione idrica cui va incontro il cristallino (cataratta intumescente) e, per l'ostacolo nella comunicazione tra camera anteriore e posteriore che viene a determinarsi, non è rara l'insorgenza di un vero e proprio glaucoma secondario. Tuttavia, con il progredire dell'opacamento le fibre lenticolari tendono a perdere acqua e quindi il rigonfiamento regredisce e così dalla fase di intumescenza si passa a quella di cataratta matura, caratterizzata dal completo opacamente degli strati corticali sino ai più superficiali sottocpsulari. Il tempo necessario perché una cataratta diventi matura è vario: in genere si aggira sui due-tre anni. Fanno eccezione alcune cataratte quale la diabetica che può arrivare a maturazione anche in pochi mesi.

La terapia varia a seconda della fase del processo di opacizzazione: in fase precoce, quando è interessata solo la regione centrale del cristallino, sono utili tarmaci midriatici, come i derivati dell'atropina che, dilatando la pupilla, consentono alla luce di penetrare nell'occhio attraverso le parti periferiche del cristallino. Nelle fasi però più estese, con interessamento dell'intera pupilla, si ricorre all'intervento chirurgico che, in alcuni casi, può essere eseguito anche con gli ultrasuoni (se viene estratto tutto il cristallino eccetto la capsula posteriore). Dopo l'intervento si deve ricorre a lenti a contatto o a gli occhiali che però non danno mai risultati completamente soddisfacenti perché dovrebbero sostituire il cristallino che è una lente convergente di circa 9 diottrie. La soluzione migliore, ove è possibile, è l'impianto di un cristallino artificiale.





   

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