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Aids , quale lezione dal fallimento dei vaccini USA
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Aids , quale lezione dal fallimento dei vaccini USA «UN FLOP paragonabile al disastro del Chailenger per la Nasa». Così
Robert Gallo, padre storico del virus dell'Aids, ha
definito il recente fallimento della sperimentazione dei due vaccini
americani antiHiv più
avanti nel mondo, essendo già in fase III, quella
su grandi gruppi di persone. I, due progetti
("Step", sui gay, e Phambili, sugli, eterosessuali),
basati sullo stesso antigene virale, sono stati bloc
cati in dicembre perché
non solo non funziona
no, ma favoriscono l'infezione: tra i volontari dello
Step i casi di Aids erano
addirittura doppi rispetto
al gruppo di controllo
trattato con placebo.
Una tale débàde, costata 35 milioni di euro,
che il National Institute
of Health americano in
questi giorni sta decidendo se e come reimposta
re l'intera strategia di ricerca del vaccino anti
Aids. Non è escluso che i
497 milioni destinati per
quest'anno al progetto
cambino target.
Professor Moroni, lei che
studia il virus fin dalla sua
comparsa e che si è anche
occupato del progetto di
ricerca italiano per un
vaccino anti Hiv, come può
spiegare spiega questo
fallimento?
«Sapevamo dall'inizio
di avere a che fare con un
virus che si era selezionato
apposta per eludere le
nostre risposte
immunitarie. La sfida del
vaccino, nota da quando
si è iniziato a correre, è
che pur in presenza d'una
risposta immune, il virus
sopravvive e prima o poi
sopraffa il sistema
immunitario portando, in
assenza di cure, a morte.
Trovare un vaccino che
faccia di più del nostro
sistema immunitario è
quindi una sfida ad alto
rischio: non mi
sorprendono queste
difficoltà».
Qualcuno ha detto che la
sperimentazione animale è
stata fatta su un gruppo di
scimmie troppo piccolo:
vanno riviste le modalità
della sperimentazione
preclinica?
«È un'ipotesi, da
verificare alla luce degli
esperimenti: ogni
esperimento pone problemi
che vanno affrontati nel
succedersi delle
sperimentazioni. Peraltro
la fase preclinica non può
essere fatta che su piccoli
gruppi di animali anche
per motivi di costi: si
inizia con piccoli numeri
che possono essere
aumentati secondo i
risultati. Il problema è che
un modello animale
perfetto non c'è: il virus è
umano, il vero banco di
prova è sempre l'uomo...».
Lo "Step" era costituito
di gay. Il risultato negativo
non potrebbe essere stato
condizionato dalle
particolari condizioni del
loro sistema immunitario?
«Gli omosessuali non
sono esposti alle infezioni
più degli eterosessuali.
Però è vero che chi ha
un'attività sessuale
promiscua ha il sistema
immunitario più attivato
da eventuali infezioni
sessuali. D'altra parte, il
virus dev'essere efficace
proprio sulla popolazione
a rischio».
Potrebbe essere bloccata
anche la sperimentazione
del vaccino terapeutico
italiano, ad oggi pronto per
la fase II?
«Quanto è successo è
certo un duro colpo per la
possibilità di proseguire gli
studi. In una comunità
scientifica allargata come
l'attuale si deve prendere
atto dei risultati scientifici
di qualunque parte del
mondo. Sono convinto che
tecnici e scienziati del
nostro Istituto Superiore
di Sanità prenderanno in
seria considerazione questi
risultati, trasudane le
conseguenze più idonee».
Il National Institute of
Health sta decidendo se e
come rivedere l'intera
strategia di ricerca del
vaccino anti Hiv: lei da dove
comincerebbe?
«Il Nih è di fronte a
una scelta molto
importante: se allocare
ancora gli ingenti
finanziamenti necessari a
continuare su questa
strada. Penso che sia
doveroso, altrimenti sarà
molto difficile frenare
l'epidemia nei Paesi dove
la cultura sanitaria è
ancora molto scarsa. In
Occidente basterebbe il
buon senso e a costo zero,
ma nel Terzo Mondo il
vaccino è l'unica strada».
Non è forse il momento
di mettere anche un freno,
nello sviluppo dei nuovi
farmaci, a certa fretta di
molte case farmaceutiche,
che talvolta diviene
approssimazione?
«Dipende molto dal tipo
di patologia: malattie
gravi come è stato l'Aids,
come sono tuttora
l'Alzheimer e i tumori'
impongono d'accelerare la
disponibilità dei formaci. •
Quando abbiamo iniziato
a usare l'Azt l'abbiamo
fatto sulla scorta di un solo
lavoro scientifico che ne
documentava l'efficacia e
cosi è stato per i farmaci
venuti dopo, gli inibitori
della proteasi. Così
avviene per molti
antitumorali. Le autorità
regolatorie sono già
abbastanza severe e
comunque il vero banco di
prova di ogni farmaco è
sempre la fase 4, quella
post registrativa: alcuni
eventi gravi si possono
verificare solo nei grandi
numeri successivi alla
commercializzazione». •
Vicepresidente
Commissione
Nazionale AIDS
DIRIGE il Dipartimento (di
Scienze Cliniche
dell'Università di Milano e
quello di Malattie infettive
al "Luigi Sacco". Membro
del Consiglio Superiore di
Sanità e dell'Unità di Crisi
del ministero della Salute
e della Regione lombarda,
presiede all'Anlaids
lombarda. Ha contribuito
alla ricerca italiana per un
vaccino anti Hiv.
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